G.U. Berti, S. Berti Franceschi

Autori del libro

Quando si decide di mettere finalmente  un po’ d’ordine nelle tante foto di famiglia finite in fondo ad un cassetto e di fatto dimenticate,  ci sciogliamo in un sorriso di compiacimento soprattutto nel momento in cui  tra le mani scorre l’immagine che ci ritrae bambini.

In un attimo, siamo soffocati dai ricordi ed esprimiamo profondi e sinceri sentimenti quali commozione, compiacimento ed anche un pizzico di vanità. Sì, è proprio la memoria storica individuale che  fa ribollire dentro di noi qualcosa d’ormai sopito, ma che mai avevamo dimenticato.

E visto che siamo tutti iscritti all’Ordine Professionale, quindi maggiorenni e vaccinati, non si può negare come rimirando foto che ci ritraggono con il camice bianco, lindo e pulito del neolaureato, proviamo le medesime emozioni, mentre nella mente s’affollano immagini e rimembranze che ci tolgono d’improvviso quanto di negativo abbiamo accumulato negli anni. Una ventata d’aria fresca e pura.  Siamo, in una parola, ritornati giovani, alle prime armi e pieni di speranze per il futuro, in sostanza e senza alcuna retorica, siamo tornati quelli d’un tempo che fu, i “dottorini”.

Ed è a  questa figura – oseremo dire “mitica”, senza tema d’essere smentiti –  che s’ispira il libro “Io, meno male che c’è la salute”, scritto da Gian Ugo Berti e Susanna Berti Franceschi (Editore Felici).

Una raccolta di esperienze di chi abbia vissuto il mondo della sanità e che riproponga ogni cosa, in chiave ironica e scanzonata , sempre tenendo fede a quel sacro Giuramento, nel pieno rispetto del dolore e della sofferenza.

Un libro che si legge rapidamente, la prima volta sorridendo – come a dire sono fantasie, a me non capiterà mai come paziente- la seconda volta riflettendo e la terza infine, sempre allo stesso prezzo, facendo i debiti scongiuri. Della serie, “Io, meno male che c’è la salute”.

Così, in chiave di cronaca storica, da questa leggenda che è il dottorino, perché in certe famiglie l’ansia è tale che “dottori si nasce”, si procede speditamente ad illustrare nei particolari varie tipologie di medici come il primario politico che, pur sbuffando, vende ai semafori L’Unità, quindi un particolare capitolo descrive dalla parte di familiari e malati la suora, la monaca  personaggio emblematico purtroppo in estinzione, considerata da tutti figura posta fra Dio ed il primario, quindi si descrive in particolari originali e forse inediti il docente universitario, del tipo “tanta fame e niente sesso”, si continua con la caratterialità umana e clinica dell’Aiuto depressivo/nevrotico, le mire arrivistiche della Tirocinante romantica, per concludere  in un linguaggio esilarante con il primario allucinato e quello mistico.

Una carrellata dunque a tutto campo, a 360° insomma, che ciascuno può comunque immaginare ed identificare secondo il proprio vissuto, in tanti personaggi con cui ha lavorato. In pratica, tante cellule staminali, ancora totipotenti, cui ogni lettore dopo attenta disamina può attribuire un nome, un volto, un cartellino.

Concordiamo in pratica con Molière quando motivava la scelta della satira come argomento dei suoi libri. Un romanzo, triste o tragico – sosteneva –  lascia il tempo che trova. Prima o poi lo si dimentica. Uno scritto ironico stimola invece il pensiero e fa nascere la riflessione, anche a distanza di tempo. In definitiva, rimane nella mente e nell’animo.

Ed è proprio al grande Molière che è dedicata l’ultima pagina: “Quel che dà fastidio nei potenti è che, quando sono malati, pretendono assolutamente che i medici li guariscano”. Gli risponde Tonietta :” “Questa sì che è bella!  Sono veramente sfacciati a pretendere che voi dottori li facciate star bene! Mica siete lì per questo! Voi dovete prendere soltanto il vostro stipendio e ordinare delle medicine; quanto a guarire, che ci pensino loro, se possono”. E così conclude il Dottor Diafoirus: “Giustissimo. Noi abbiamo soltanto l’obbligo di eseguire i  trattamenti secondo le regole… se non funzionano, mica è colpa nostra”.

Ipse dixit. Buona lettura.