G. Saggese, S. Cocchiola Clinica Pediatrica AOUP

A. Bertozzi U.O. Andrologia AOUP

 

Le patologie andrologiche interessano una rilevante fascia di popolazione maschile. In particolare, nell’ultimo secolo, si è assistito ad un progressivo declino della fertilità maschile e, attualmente, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’infertilità è una problematica che interessa fino al 15% delle coppie italiane (80 milioni di persone nel mondo) e, in circa il 50% dei casi, è il maschio ad avere qualche alterazione.

Inoltre, secondo l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), questa problematica tenderà ad aumentare sempre di più per cui si stima che circa il 19% delle future coppie avrà problemi di infertilità e fino al 4% sarà sterile.

L’aspetto importante è che molte delle condizioni che possono causare infertilità originano proprio in età pediatrica, e che circa il 27% dei bambini e dei giovani fino a 18 anni hanno problemi di salute che potranno influire sulla loro futura capacità riproduttiva.

Dunque l’età pediatrica appare come un periodo importante per mettere in atto strategie preventive, ed il pediatra, per la sua specifica formazione e per le competenze che gli sono proprie, è la figura sicuramente più idonea ad identificare precocemente, nel bambino e nell’adolescente, o condizioni che possono determinare problematiche andrologiche.

Infatti, relativamente comuni nei bambini, sono le anomalie congenite del pene e, soprattutto, il criptorchidismo, condizione che necessita di una diagnosi tempestiva nei primi anni di vita per le potenziali conseguenze negative che può avere sulla futura fertilità del bambino.

Un altro importante fattore di rischio per l’infertilità maschile è rappresentato dal sovrappeso e dall’obesità, condizioni che interessano oggi 1 bambino su 3 e che tendono a cronicizzare e a persistere nella vita adulta. Nelle persone obese, infatti, si verificano alterazioni ormonali che possono causare infertilità e proprio per questo motivo si capisce perché sia importante intervenire precocemente nella prevenzione del sovrappeso fin dalle prime epoche di vita.

Esistono inoltre numerose sostanze chimiche ambientali conosciute come endocrine disruptors, cioè molecole che, interferendo con il sistema endocrino della riproduzione, possono causare infertilità. Tra queste sostanze, attualmente oggetto di studi, vi sono molti composti chimici presenti in prodotti d’uso comune a cui bambini e ragazzi sono quotidianamente esposti. Un esempio è quello degli ftalati, sostanze presenti anche nei giocattoli e nei prodotti di importazione asiatica che non rispettano le norme di produzione della CE.

L’adolescenza rappresenta un altro momento importante per quanto riguarda l’identificazione precoce di patologie e stili di vita a rischio di infertilità. In questo ambito, è stato condotto uno studio presso la Clinica Pediatrica dell’Università di Pisa diretta dal Prof. Giuseppe Saggese in cui è stato esaminato un campione di 2.159 giovani di età compresa tra 18 e 30 anni e sono state indagate in maniera retrospettiva eventuali problematiche, le abitudini e gli stili di vita durante l’adolescenza.

È noto che alcuni comportamenti piuttosto frequenti fra i giovani possono, in misura variabile, andare ad incidere sul futuro potenziale riproduttivo dell’adolescente. L’abitudine al fumo di sigaretta, l’uso di marijuana, l’abuso di bevande alcoliche e il consumo di sostanze stupefacenti come amfetamine, cocaina ed ecstasy sono state infatti associate ad alterazioni genetiche a livello del DNA degli spermatozoi e ad alterazioni della loro mobilità e quindi ad una riduzione della fertilità maschile.

Dal nostro studio è emerso che fra i giovani maschi è molto comune l’abitudine al fumo di sigaretta (46%) e di marijuana (34%) in maniera non occasionale, inoltre l’11% ha dichiarato di aver fatto uso di droghe, fra cui cocaina (4%), ecstasy, amfetamine e LSD (2%). Fino all’86% degli adolescenti ha fatto uso di bevande alcoliche ed in particolare fra i più giovani è risultato maggiore l’uso di bevande superalcoliche, il cui consumo è raddoppiato negli ultimi 20 anni (dal 23% al 47%).

È evidente da questi dati che questi fattori di rischio hanno un’alta prevalenza fra i giovani, e, un dato da sottolineare, è che l’aver ricevuto una qualche forma di campagna preventiva verso tutti questi comportamenti a rischio (ad esempio contro il fumo, contro l’uso di droghe o contro l’uso di alcolici…) non ha comunque portato ad una riduzione statisticamente significativa di tali comportamenti fra i giovani, evidenziando quindi problemi importanti nella qualità o nella tempistica di tali interventi.

Anche le malattie sessualmente trasmesse, possono avere effetti negativi sulla fertilità maschile. Si comprende quindi come la promiscuità sessuale, il non utilizzare il profilattico ed altri comportamenti sessuali a rischio possano essere considerati veri e propri fattori di rischio per l’infertilità.

Nella nostra indagine, circa il 2% degli intervistati ha contratto una malattia venerea durante l’adolescenza, ma il dato è sicuramente sottostimato in quanto, in molti casi, le malattie sessualmente trasmesse possono essere asintomatiche nel maschio.

Preoccupante è risultata comunque la scarsa conoscenza degli adolescenti circa i principali patogeni responsabili delle malattie veneree più comuni; mentre il 96% degli intervistati conosceva il virus HIV, solo il 65% conosceva i virus dell’herpes genitale, dell’epatite e la sifilide. Sorprendentemente gli agenti infettivi responsabili delle malattie veneree più comuni sono risultati anche i meno noti, come il virus del papilloma umano (22%), la Chlamydia (12,5%) e l’infezione da Trichomonas (3%). (Figura 1).

Figura 1 – Malattie veneree più conosciute dagli adolescenti

Dallo studio è emersa inoltre una significativa associazione tra il rischio di contrarre una malattia sessualmente trasmessa e aver avuto comportamenti sessuali a rischio come il non utilizzare il profilattico (fino al 36% degli adolescenti), avere rapporti sessuali con più partner contemporaneamente (fino all’8,7%) e aver avuto molti partner sessuali (fino al 13,5%). È preoccupante il fatto che, anche in questo caso, l’aver ricevuto forme di educazione sessuale, come l’incentivare i rapporti protetti o promuovere la conoscenza delle MST, non ha dimostrato alcun effetto significativo nel ridurre tali comportamenti a rischio.

Il varicocele è una delle condizioni di più frequente riscontro fra gli adolescenti e i giovani adulti (circa il 20% ne sono affetti) e, allo stesso tempo, è sicuramente uno dei fattori di rischio più importanti per l’infertilità. Nonostante ciò, soltanto il 52,2% degli adolescenti era a conoscenza della sua esistenza, ed in particolare, la conoscenza è risultata minore soprattutto nei più giovani (solo il 34,5% dei giovani fra 18 e 22 anni). (Figura 2).

Figura 2 – Conoscenza del varicocele nelle diverse fasce d’età

Ancora peggio, solo il 27,5% degli adolescenti era a conoscenza del fatto che il varicocele rappresenta un importante fattore di rischio per l’infertilità, e anche in questo caso, la conoscenza è risultata minore da parte dei più giovani.

È un dato preoccupante anche che circa il 55% delle diagnosi di varicocele poste durante l’adolescenza siano state del tutto occasionali, nel contesto di valutazioni cliniche per altre motivazioni, a sottolineare come troppo spesso tale problematica sia trascurata e non venga adeguatamente indagata nei più giovani. In particolare, in seguito all’abolizione della visita di leva obbligatoria, abbiamo osservato una riduzione importante delle diagnosi di varicocele poste prima dei 20 anni.

L’autopalpazione del testicolo rappresenta una importante forma di prevenzione andrologica che deve essere raccomandata e promossa fra i giovani; tuttavia è risultato che solo l’11,2% dei ragazzi è stato sensibilizzato a riguardo, mentre solo il 18,3% ha dichiarato di praticare abitualmente questa importante forma di prevenzione.

Alla luce dei dati raccolti risulta piuttosto chiaro come fra gli adolescenti siano molto frequenti la maggior parte dei fattori di rischio che possono influire negativamente sulla fertilità maschile. Soprattutto è importante sottolineare la possibilità di prevenire la maggior parte di questi fattori di rischio, sia con una diagnosi e un trattamento precoce delle condizioni mediche (come nel caso del criptorchidismo e del varicocele), sia attraverso la sensibilizzazione dei giovani all’adozione di comportamenti più responsabili (ad esempio l’uso del profilattico).

Risulta quindi fondamentale l’opera del pediatra nell’ottica di una prevenzione andrologica rivolta ai bambini e agli adolescenti. In particolare la sensibilizzazione a tale opera di prevenzione acquista un significato ancora maggiore se consideriamo che in seguito all’abolizione del servizio di leva obbligatorio, è venuta meno l’unica forma di screening andrologico universale per i giovani adulti esistente fino a qualche anno fa nel nostro paese.

Estesa all’età infantile e adolescenziale, la prevenzione andrologica rappresenterebbe un importante progresso sociale e culturale, sia in termini di futura riduzione della spesa sanitaria, sia, soprattutto, al fine di tutelare la salute degli adolescenti e il potenziale riproduttivo dei futuri giovani italiani. Proprio in questa ottica, è in corso la strutturazione di un percorso assistenziale di prevenzione andrologica fra la Pediatria e l’Andrologia pisana, diretta dalla Prof.ssa Bertozzi.