G. Ceraudo, L. Dell’Osso

U.O. Psichiatria Universitaria – AOUP

 

Dalla Silicon Valley il nuovo trend: LSD in microdosi per incrementare la creatività e la produttività a lavoro.

L’universo delle dipendenze patologiche si è arricchito nell’ultimo decennio di nuove sostanze ed inevitabilmente di nuovi quadri clinici, ponendo costantemente gli operatori del settore di fronte a mutevoli realtà sempre più eterogenee.

La rapida modernizzazione della società e le pretese narcisistiche di cui si abbuffa di mondo umano sono solo alcuni dei fattori che hanno contribuito alla ampia diffusione e al largo uso delle sostanze psicotrope nella popolazione generale. In aggiunta a ciò il panorama delle dipendenze si allarga ad altre condotte patologiche tra le quali spiccano: gioco di azzardo patologico, doping sportivo, sex-addiction e Internet-addiction.

Benché le evidenze scientifiche continuino a sottolineare i danni relativi al consumo di sostanze, il confine tra vizio e malattia appare talora labile nella cultura generale soprattutto della popolazione giovanile in cui si amplificano atteggiamenti minimizzatori e ipocritici. Pertanto si assiste ad una precocità di contatto con il mondo delle sostanze già in età adolescenziale e a una sempre più tardiva richiesta di intervento terapeutico. Ne segue l’incremento del fenomeno del poli-abuso, ovvero della contemporaneità dell’uso maladattativo di due o più sostanze, e si favorisce la slatentizzazione di disturbi psichiatrici. L’aumento del consumo di sostanze su ampia scala alimenta inesorabilmente gli esordi di disturbi della sfera affettiva e psicotica, configurandosi una relazione di causa-effetto in cui gli squilibri psichici a loro volta risultano essere fattori di rischio per lo sviluppo di un disturbo da uso di sostanze. Si palesa spesso di conseguenza quella condizione clinica definita doppia diagnosi, caratterizzata dalla concomitanza di un disturbo da uso di sostanze e un disturbo psichiatrico. Tutto ciò si intercala in una realtà contemporanea frenetica, megalomane e pressante, dove si respira una cultura del non-dolore per la quale ad ogni sintomo psichico o fisico deve corrispondere un rimedio farmacologico. E partendo dal dato biologico per cui nel cervello i centri neuronali del dolore sono in numero assai minore rispetto ai centri del piacere, diventa comune osservare individui pronti a tutto pur di provare un po’ di piacere o di vivere meno dolore. Se da un lato il primo incontro con le sostanze accade per caso, per gioco, per curiosità, per provare sensazioni diverse, ben presto si selezionano individui che ripetono l’assunzione della sostanza e diventano candidati a svilupparne un abuso o una dipendenza sotto la spinta della ricerca del piacere. In base al vissuto piacevole soggettivo, e quindi in base alle caratteristiche psico-fisiche del soggetto, il raggiungimento del piacere è ottenuto attraverso l’impiego di diverse sostanze prescelte, più o meno associate fra loro, o consumate in maniera alternata in periodi diversi. In particolare, esiste stabilmente nei paesi occidentali un numero di soggetti che sviluppa un rapporto patologico o disfunzionale con i propri centri del piacere. Le sostanze da abuso permettono la loro stimolazione attraverso la modulazione della neuro-trasmissione in tempi rapidi e senza alcuna fatica. Tuttavia il continuo uso di sostanze psicotrope genera modificazioni funzionali della neuro-trasmissione, e il cervello tende ad adattarsi a stimoli esogeni ripetuti, tanto da attenuare, distorcere o compromettere il raggiungimento del piacere stesso. Le attuali acquisizioni nel settore dei comportamenti di abuso e dipendenze da sostanze sono ormai suffragate da anni di ricerche biochimiche e cliniche per le quali è possibile definire la dipendenza da sostanze come una malattia organica del cervello, caratterizzata da un andamento recidivante con un elevato rischio di mortalità e ad alta prevalenza di patologie concomitanti. La genesi della tossicodipendenza deve essere affrontata in chiave multifattoriale con particolare riferimento all’uso stesso della sostanza, agli aspetti psichiatrici, oltre ai fattori sociali e familiari. Il tossicodipendente ha specifiche aree cerebrali danneggiate dall’abuso di sostanze e un gran numero di circuiti neuronali possibili sedi di malfunzionamento. Tali sistemi sono per lo più deputati alla modulazione di fondamentali funzioni quali la percezione del dolore, il tono dell’umore, la gratificazione, le pulsioni, il comportamento e alcune importanti regolazioni del sistema ormonale. Da questa base diventa quasi inesorabile l’evoluzione di sindromi psichiatriche complesse, maggiormente resistenti ai trattamenti psicofarmacologici e con tendenza alla cronicizzazione.

L’ultimo trend esportato dalla Silicon Valley e rapidamente approdato in Europa, è rappresentato dall’uso di microdosi di LSD (acido lisergico in dosi di un quinto-un decimo rispetto alla dose intera). Sostanza allucinogena che ha avuto il suo boom a partire dagli anni ’60 con la cultura hippy americana per la ricerca di una profonda introspezione o di esperienze mistiche, torna in auge a dosi ridotte col fine di incrementare la creatività artistica e la produttività mentale, per sviluppare idee, progetti o start-up da vendere. In un epoca dove una buona idea o un buon progetto hanno un valore anche il New York Times enfatizza in un recente articolo:  “too small to inspire Technicolor hallucinations, but large enough to enhance a sense of mental flow”.

Nel 2016 in uno studio in doppio cieco è stato documentato, attraverso immagini PET (Figura 1), l’aumento della produzione mentale con microdosi di LSD al confronto con soggetti che avevano assunto placebo, osservando l’amplificazione di connessioni sinaptiche di varie aree cerebrali  che fisiologicamente non comunicano fra loro. Insomma vedere suoni, sentire colori senza stravolgersi troppo. Le conseguenze mentali dell’uso continuativo di microdosi di allucinogeni non sono ancora note ma solo ipotizzabili dall’esperienza con le dosi intere, tuttavia c’è già chi  scommette sul loro potenziale terapeutico per ansia e depressione (colleghi un po’ hippy inclusi).