G. Bozzi Medicina della Donazione

A. Saviozzi PhD in Scienze dei Trapianti

La religiosità soprattutto intesa come “affidamento” ad una divinità, se inserita in un percorso di educazione altruistica e solidale come la donazione, potrebbe assumere diversi significati a volte anche non in completa sintonia tra loro.

Gli individui se pur dotati di determinate credenze sono, comunque, inserite in un contesto sociale e con esso interagiscono amalgamando la propria esperienza  spirituale  con le regole generali di convivenza cercando di aggiungere valore al bene comune. Ciò che, in prima istanza, si può comunemente pensare è che essa possa facilitare la predisposizione d’animo verso il gesto di donare non tanto perché un atteggiamento fideistico  sia, di per sé,  favorente all’elevazione di principi e valori morali a sfondo sociale e umano ma, presumibilmente, perché sostiene in modo diffuso e capillare l’approfondimento di alcune specifiche tematiche rispetto ad altre.

Vi è però anche un altro aspetto su cui potrebbe essere utile riflettere ed è che la religiosità inserita in un determinato contesto culturale, ancorato a periodi storici in ampia misura non più attuali, abbia, verosimilmente ed almeno nella prima fase in cui si è espansa la pratica dei trapianti, contenuto in qualche misura la spinta donativa. Infatti, in molti credi religiosi il concetto di ricomposizione post mortem dell’unicità del corpo con lo spirito in un mondo ultraterreno, ha potuto rappresentare un “vulnus” non facilmente superabile per arrivare al gesto di donare i propri organi e tessuti a scopo di trapianto terapeutico. All’aspetto strettamente religioso o comunque spirituale, si associa anche quello connesso con la volontà che determina il contrasto tra due pensieri di cui uno fortemente motivante e l’altro invece, a sfondo culturale e storico,  indebolente. Il primo è rappresentato dall’appagamento psicologico e quindi dal  sollievo derivante dall’opportunità di donare a favore di altri che in tale modo possono beneficiare di un grande bene a livello sia fisico che  psicologico.

Dall’altro lato vi è l’inquietudine  di doversi, invece, privare di qualcosa di “strettamente personale” che in altre parole significa dover accettare l’aspetto propriamente razionale della donazione che riguarda la cessata utilità nel contesto materiale di una parte di noi dopo il decesso, che però mantiene un altissimo valore terapeutico se inserito in un corpo ancora vivente. Per cui, in un contesto di analisi del rilievo che la religiosità può assumere sull’atteggiamento dei singoli nei confronti della donazione, non possiamo prescindere dalla presa in considerazione degli aspetti a carattere psicologico che coinvolgono i familiari dei donatori nel momento in cui viene chiesto loro di pronunciarsi. Sono, infatti, i congiunti che nelle veci del donatore devono affrontare, in un momento di grave fragilità psicologica, l’onerosa incombenza di decidere sulla donazione o meno degli organi del proprio caro in assenza di precise indicazioni fornite in vita. Anche in questo caso possono fronteggiarsi almeno due aspetti del pensiero riconducibili in qualche modo alla religiosità che sono rappresentati, da un lato, dal “vedere” il proprio congiunto come una vittima di un destino crudele ed ingiusto e quindi indirizzare verso un atteggiamento non particolarmente benevolo verso la  donazione oppure a voler considerare l’accaduto come un “disegno” più grande inserito in un quadro di soprannaturalità del quale l’esperienza terrena fa parte e quindi indirizzare nella direzione più filantropica. Alla luce di ciò si ritiene auspicabile possibile e quindi non utopistico che, fuori da un rigido contesto di religiosità  si  possa concretizzare una diffusa visione interamente “laica” del donare che muova non tanto da un obbligo morale o meramente legislativo ma da qualcosa che, come l’arte, venga avvertita come bisogno: “l’arte di donare” appunto.