T. Bocci, A. Di Rollo, M.R. Ferraro, M. Bortolotta,

D. Barloscio, L. Parenti, M. Santin, F. Sartucci

S.D. Neurofisiopatologia Cisanello, AOUP

Lo studio dei fenomeni elettromagnetici in Medicina ha una lunga storia ed ha segnato l’origine e lo sviluppo della moderna elettrofisiologia e della Neurofisiologia Clinica.

Già nel 40 DC Scribonio Largo osservò che la scarica elettrica, prodotta da una torpedine sulla testa di pazienti cefalalgici, era in grado di indurre un sollievo, ancorché transitorio, dalla sintomatologia dolorosa. Analoghi aneddoti sono riportati anche nell’opera di Plinio il Vecchio ed in quella di Claudio Galeno. Nell’undicesimo secolo un medico arabo, Ibn-Sidah, descrisse per la prima volta un blando effetto terapeutico derivante dall’applicazione di correnti elettriche a basso voltaggio, prodotte dal pesce gatto, in pazienti affetti da epilessia. A partire da Giovanni Aldini, nipote di Luigi Galvani e pioniere della ricerca sugli effetti delle correnti elettriche nei tessuti biologici, numerosi ricercatori si sono via via dedicati allo studio sistematico dell’elettromagnetismo e della neurostimolazione.

Si deve, invece, al romano Alberto Priori, attualmente presso l’Università Statale di Milano, lo sviluppo intorno alla prima metà degli anni Novanta di una nuova metodica, nota come “transcranial Direct Current Stimulation” (tDCS), o stimolazione transcranica a correnti continue (Fig. 1).

Figura 1

La tDCS, come provato da numerosi studi della scuola tedesca di Göttingen di Walter Paulus e Michel Nietsche, ha effetti polarità specifici sull’attività neuronale: lo stimolo anodico produce effetti eccitatori, mentre quello catodico inibitori su differenti bersagli molecolari (la tDCS anodica riduce il GABA, quella catodica decrementa la biodisponibilità di glutammato).

Da un punto di vista terapeutico, infatti, la stimolazione spinale non invasiva si sta affermando nel trattamento del dolore, nonché nella terapia dei disturbi motori dopo eventi cerebrovascolari, e nel trattamento della Sindrome delle gambe senza riposo. Data la facilità e la sicurezza d’impiego, è facilmente prevedibile che la tecnica troverà a breve numerosissime altre applicazioni cliniche, dalla patologia traumatica ai disordini del movimento.

Da almeno quindici anni è noto il potenziale analgesico della TMS ripetitiva ad alta frequenza (Fig. 2), se applicata a livello dell’area motoria controlaterale rispetto alla sede lesionale; se da un lato la sua indubbia efficacia  è interpretata come un effetto del potenziamento di network corticali inibitori altrimenti difettosi, dall’altro non è ancora possibile esprimersi con certezza sui suoi meccanismi d’azione e, di conseguenza, sul suo possibile impiego a lungo termine nel trattamento del dolore cronico.

Figura 2

Inoltre, a differenza della tDCS, la TMS necessita di pressoché quotidiani accessi in ambulatorio, viste le dimensioni stesse della strumentazione. La TMS si è dimostrata efficace se applicata anche in corrispondenza delle aree anteriori ed, in particolare, della corteccia frontale dorso-laterale, sede dei complessi fenomeni di rielaborazione affettivo – emozionale del sintomo dolore e di fissazione della traccia mnesica. La tDCS rappresenta un eccellente compromesso fra efficacia clinica e facilità d’uso, in considerazione del suo potenziale impiego nel trattamento domiciliare di patologie neurologiche e non.

Ad oggi esistono nella letteratura scientifica internazionale circa centocinquanta pubblicazioni in extenso che dimostrano l’efficacia di tale metodica nel trattamento del dolore acuto e cronico. Da alcuni anni il nostro gruppo, in collaborazione con L’Unità Operativa di Terapia Antalgica, nella persona del Dr. Giuliano De Carolis, e con il Professor Alberto Priori dell’Università Statale di Milano, ha iniziato a studiare il ruolo della tDCS nel trattamento delle sindromi dolorose croniche, con particolare riferimento al cervelletto quale potenziale target dell’azione antalgica. Il cervelletto occupa una posizione strategica, interferendo sia con le sovrastanti aree corticali sia con le strutture troncoencefaliche e spinali che veicolano dalla periferia sensitivo-motoria le informazioni nocicettive. Tale proficua collaborazione, ancorché ai primordi, ha permesso la pubblicazione di alcuni articoli sulle principali riviste scientifiche internazionali, nonché prodotto numerosi riconoscimenti alle più importanti assisi scientifiche; recentemente, il nostro gruppo è stato nominato centro capofila di un progetto di ricerca, coinvolgente dieci Unità Operative di terapia Antalgica distribuite sull’intero territorio nazionale, sul trattamento mediante tDCS del dolore da “arto fantasma”. Il dolore post-amputazione, altrimenti detto da “arto fantasma”, rappresenta a tutt’oggi una sfida per clinici e neuroscienziati; coinvolge la quasi totalità dei pazienti sottoposti ad amputazione e nessuna terapia, farmacologica o interventistica quale la stimolazione spinale invasiva, si è dimostrata ad oggi efficace. È auspicabile che numerose patologie dolorose tipicamente farmacoresistenti, quali il dolore centrale post-infartuale, possano in un futuro non molto lontano trovare giovamento da una sempre più personalizzata terapia di combinazione fra farmaci analgesici e metodiche di neurostimolazione non invasiva.