J. Vitti, R. Jaccheri

Centro Obesità – Endocrinologia I – AOUP

Attualmente una persona ogni 10 minuti muore in Italia per cause e complicanze legate all’obesità, una malattia che ogni anno provoca 57 mila decessi e oltre mille morti a settimana.

Le persone obese in Italia sono 6 milioni e le patologie di cui soffrono gravano sul Servizio Sanitario Nazionale con una spesa di 4,5 miliardi di euro.

L’obesità è una vera e propria epidemia causata dall’incremento dei consumi, sia in età evolutiva che adulta, di alimenti ad alta densità energetica e ad una drastica diminuzione dell’attività fisica durante il lavoro e nel tempo libero (figura 1).

Figura 1

L’adozione e il mantenimento di corrette abitudini alimentari fin dai primi anni di vita è alla base della prevenzione e del trattamento dell’obesità. E’ fondamentale riconoscere e trattare precocemente tale problema.

Il trattamento dell’adulto e, a maggior ragione, del bambino obeso prevede la presa in carico da parte di un equipe multidisciplinare; l’intervento nutrizionale deve mirare, tramite un programma di educazione alimentare, ad individuare e correggere i comportamenti alimentari disfunzionali del paziente e del contesto familiare e sociale dove è inserito. Nell’età evolutiva è fondamentale coprire il fabbisogno di nutrienti, facendo riferimento alle raccomandazioni presenti nei LARN (Livelli di Assunzione Raccomandati dei Nutrienti. IV Revisione. 2014) ed è raccomandabile una corretta ripartizione dei pasti (figura 2).

Figura 2

Secondo gli Standard Italiani per la Cura dell’Obesità 2016 (SIO-ADI Standard Italiani per la Cura dell’Obesità 2016) la dieta ipocalorica deve mirare, nel caso di obesità di primo e secondo grado, alla riduzione del 10% del peso corporeo iniziale, nell’arco di 4-6 mesi. In presenza di obesità di terzo grado, la riduzione dovrebbe essere superiore al 10% del peso iniziale (figura 3).

Figura 3

Nei soggetti con Indice di Massa Corporea (IMC) compreso tra 25 e 35, quindi in sovrappeso o con obesità di I grado, questo obiettivo può essere raggiunto inducendo un deficit calorico giornaliero di 300-500 kcal che significa, in termini di calo ponderale, 300-500 g a settimana. Per i soggetti con IMC superiore a 35, quindi con obesità di II o III grado, è consigliabile un deficit calorico di 500-1000 Kcal al giorno, tale da determinare un calo di peso di 500-1000 g a settimana

Gli Standard Italiani per la Cura dell’Obesità suggeriscono inoltre che, nella elaborazione della dieta, una volta stabilito l’apporto calorico individuale, è opportuno mantenere un corretto bilanciamento dei nutrienti.

I carboidrati dovrebbero rappresentare il 55% delle calorie totali giornaliere. Durante la dieta ipocalorica e in un programma di mantenimento del calo ponderale, è consigliabile il consumo di alimenti a basso indice glicemico, ricchi in fibra e contenenti amido a lento assorbimento, in modo da limitare il picco glicemico post-prandiale e il conseguente rilascio di insulina. L’apporto proteico giornaliero raccomandato dovrebbe essere di 0,8 -1,0 g/kg di peso corporeo desiderabile. Le proteine devono essere di buon valore biologico, metà di derivazione animale e metà vegetale.

La quota di grassi non deve superare il 30% delle calorie totali giornaliere con un apporto ottimale pari a 10 % di grassi polinsaturi, 10% di grassi monoinsaturi e 10% di grassi saturi.  L’intake alimentare di colesterolo dovrebbe essere inferiore a 300 mg/die nell’adulto e 100mg/1000 kcal durante l’età evolutiva. È consigliato assumere almeno 2 porzioni di pesce a settimana per il loro contenuto in acidi grassi polinsaturi omega 3 che esplicano un’azione protettiva sul rischio cardiovascolare. E’ invece da limitare drasticamente (max 2,5 g/die) l’apporto di acidi grassi trans, presenti in genere nei prodotti industriali preparati con grassi idrogenati, in quanto è correlato ad aumento del peso corporeo, della circonferenza vita e del rischio cardiovascolare.

L’apporto giornaliero di fibra raccomandato per gli adulti è di almeno 30 g/die, cioè una quantità superiore rispetto ai consumi medi della popolazione italiana. In età pediatrica è raccomandato un apporto di fibra pari a 0,5 g/die/kg di peso corporeo. La fibra solubile svolge un importante ruolo nel controllo del peso corporeo, facilitando il raggiungimento del senso di sazietà e riducendo l’assorbimento dei grassi e degli zuccheri.

È quindi consigliabile aumentare l’apporto di frutta e verdura, legumi e cereali integrali, ottime fonti di fibra solubile e insolubile, limitando invece i cereali raffinati e le patate, alimenti ad elevato indice glicemico. La fibra insolubile, invece, ha un ruolo di tipo funzionale, conferendo volume alle feci e  favorendo l’evacuazione.

L’alcol, con il suo apporto energetico di 7 Kcal per grammo, fornisce energia di pronta disponibilità ma non ha potere saziante. Il consumo di alcol è da sconsigliare durante il dimagrimento (figura piramide alimentare).

Il modello alimentare di riferimento, secondo le Linee Guida per un Sana Alimentazione Italiana, segue i principi della Dieta Mediterranea, che ha un’evidenza scientifica sulla riduzione del rischio cardiovascolare (seven countries study*).

La piramide alimentare

La Dieta Mediterranea è basata principalmente sull’apporto di verdura, frutta, cereali (in particolare quelli integrali), legumi, pesce, olio di oliva e un basso apporto di carne rossa, affettati e formaggi. Gli approcci dietetici eccessivamente restrittivi, con l’esclusione di alcune classi di alimenti, come le diete ipoglucidiche, ipolipidiche e iperproteiche, possono agire sulla perdita di peso nel breve periodo ma sono di scarsa efficacia e dubbia sicurezza nel medio e lungo termine. Questa tipologia di diete fortemente ipocaloriche, da attuare sotto stretto controllo medico, può essere riservata a casi particolari, laddove sia necessario un rapido calo ponderale, ad esempio in previsione di un intervento chirurgico, per ridurre i rischi anestesiologici e il timing chirurgico.

È dimostrato che lo schema dietetico classico, che prevede grammature e rigide prescrizioni, è spesso fallimentare in quanto può risultare monotono e difficilmente perseguibile nel lungo periodo. Ad un periodo di eccessiva restrizione dietetica può seguire, molto frequentemente, una fase di disinibizione e questo rappresenta la causa della “weight cycling syndrome”, più comunemente nota come “sindrome dello yo yo”. (figura effetto yo yo).

L’effetto yo-yo

Una dieta corretta, invece, deve essere concordata e personalizzata in base alle abitudini, i gusti e le patologie del soggetto in modo da essere accettata e seguita a lungo dal paziente che potrà ottenere risultati duraturi in termini di calo ponderale e di miglioramento delle patologie correlate.

Uno strumento utile per aiutare il paziente a comprendere i comportamenti alimentari disfunzionali è l’automonitoraggio o diario alimentare che consiste nella registrazione simultanea degli alimenti assunti nei diversi momenti della giornata, facilitando in questo modo l’individuazione delle abitudini dietetiche disfunzionali e la verifica dei progressi raggiunti.

Il termine “dieta” che deriva dal greco “δίαιτα”, significa “stile di vita” e indica un presidio a carattere permanente. Per ottenere risultati positivi e mantenerli nel lungo periodo, è fondamentale tenere conto dell’individualità della persona e dell’ambiente in cui vive. 

*Ancel Keys (ed), Seven Countries: A multivariate analysis of death and coronary heart disease, 1980. Cambridge, Mass.: Harvard University Press.