C. Basile Fassolo Lab. Comunicazione in Medicina – Dip. Medicina Clinica e Sperimentale, Università di Pisa

Comunicare vuol dire mettere in comune ogni cosa, ogni aspetto della vita e sarà di volta in volta il caso di idee, fantasie, proposizioni, sensazioni, emozioni, ma anche contenuti fisici, come il corpo sano e il corpo malato.

D’altra parte, l’etica ci ricorda che il principio cardine della nostra esistenza dovrebbe essere il bene, il buono per me che diventa il bene e il buono per ogni essere. Nel corso della vita di ogni giorno, pensiamo, parliamo, ci comportiamo costantemente secondo un sistema di valori sottostanti la nostra coscienza e, spesso, neppure sospettati. Ma, di fatto, le nostre parole e i nostri comportamenti hanno un enorme impatto sugli altri, tanto da impressionarli, ma talvolta tanto da poterli colpire e far loro del male. Un sorriso mal posto, un gesto di scherno, un ammicco, una considerazione negativa, un aggettivo usato male possono ferire più di mille spade.

In ogni commento che facciamo esprimiamo una valutazione, la nostra personale valutazione, secondo il nostro sistema valoriale. Vediamo come possiamo presentare la stessa situazione, ma con l’uso di parole con significato etico profondamente diverso. Mettiamo il caso si parli di un ben noto personaggio della storia: nel caso volessimo dare enfasi agli aspetti positivi del personaggio, usiamo la parola famoso, mentre se vogliamo sottolineare gli aspetti negativi usiamo la parola famigerato. Esempi: Michelangelo vs Hitler, ovvero due persone la cui fama è ben nota e che noi aggettiviamo in maniera diversa, laddove è l’aggettivo a dire sotto quale luce noi vogliamo vederlo. La cosa diventa di particolare interesse quando applicata ad un paziente, per ipotesi, lasciato in corsia da un parente e un altro parente riferisce che il “nonno”, invece che lasciato, è stato abbandonato. Evidente il giudizio negativo, di condanna morale, contenuti nella secondo verbo. Ed ancora: quando si parla di salute si dice Promuovere la salute o promuovere salute, ma nessuno dice vendere salute, anche quando tale termine possa essere giustificato dalla realtà, ma ci rifiutiamo di pensare di usare il verbo vendere per qualcosa che è considerato non vendibile e quindi “bolliamo” il termine vendere come moralmente negativo. Stessa cosa quando si affrontano spese, anche molto alte, per l’adozione di un bambino: a nessuno verrebbe di pensare di comprare un bambino, anche se di fatto si spendono soldi per averlo e ci sono al mondo casi in cui i bambini si comprano/vendono (parole in questo caso associate a condanna morale), invece che “si adottano”, termine moralmente e socialmente apprezzabile e apprezzato. Un ultimo semplice esempio: le cure “spinte” su un paziente: si può usare il termine Intervenire sul paziente (positivo), oppure Infierire sul paziente (termina carico di valutazioni assolutamente negative).

Molto più spesso è il nostro atteggiamento o un comportamento in una certa situazione a trasmettere il nostro giudizio morale. Una cosa di cui spesso ci dimentichiamo è che in un processo comunicativo, in una relazione tra due o più persone il linguaggio verbale rappresenta solo il  7% a fronte di un 93% che non è parole, ma fatti (si calcola un 38% per  il linguaggio paraverbale – sospiri, sbuffi, ma anche un semplice ah, oh- e  55% per il linguaggio non verbale – postura, ritmo e tono della voce, sguardo etc.-). Questi aspetti, sono molto importanti nella vita di tutti i giorni: esempio, una persona torna a casa e il coniuge continua a fare quello che fa, volta le spalle e magari dice solo “ ah… sei tu!”, cosa ben diversa dall’interrompere l’attività, girarsi, fare un sorriso e dire AH!!! Sei Tuuuuuu”. Questi aspetti sono ancora più importanti nella relazione tra care giver e paziente, ovvero in una situazione in cui letteralmente ci mettiamo nelle mani dell’altro e speriamo che l’altro si metta nei panni nostri. Gregory Makoul in un articolo apparso su Archives of  Internal Medicine nel giugno 2007, dal titolo An Evidence-Based Perspective on Greetings in Medical Encounters, riporta di avere chiesto a pazienti alla uscita da una visita medica come si fosse comportato il medico al momento della accoglienza ed evidenzia come stringersi la mano sia ritenuto un gesto importante per il 78 per cento di 415 intervistati, ed è anche il gesto che ha segnato l’inizio dell’82 per cento delle visite filmate; inoltre, il 50 per cento dei pazienti desidera essere chiamato con proprio nome  e il 56 % vorrebbe che il medico si presentasse con nome e cognome.

Fondamenti della comunicazione etica

Ed ecco allora, qualche suggerimento perché i nostri pensieri, i nostri stili di pensiero e conseguentemente di comportamento abbiano un “senso etico”:

1. pensare in maniera responsabile

2. prendere decisioni, decidersi a prendere delle decisioni

3. sviluppare relazioni e momenti comuni, in un certo contesto, in una specifica cultura, a seconda dei canali, a seconda dei media

4. sostenere verità, accuratezza,  onestà ovvero tutte le ragioni  essenziali per una comunicazione “integra”

5. promuovere la libertà di espressione, la diversità di prospettiva, la tolleranza del dissenso, per arrivare a prendere decisioni fondamentali per una società civile

6. sforzarsi di comprendere e rispettare gli altri comunicatori prima di valutare e rispondere ai lori messaggi

7. promuovere l’accesso alle risorse della comunicazione e alla opportunità necessarie a sviluppare il potenziale umano e contribuire al benessere delle famiglie, delle comunità e della società

8. promuovere un <clima> di comunicazione di attenzione (caring) e mutua intesa, che rispettino i bisogni unici  e le caratteristiche dei comunicatori

9. condannare una comunicazione che degrada le persone attraverso al distorsione, intimidazione, coercizione e violenza e attraverso l’espressione della intolleranza e dell’odio

10. impegnarsi per la coraggiosa espressione delle convinzioni personali e perseguire l’equità e la giustizia

11. difendere  la condivisione delle informazioni, opinioni e  sentimenti quando ci si trovi di fronte a scelte significative, pur nel rispetto della privacy e della confidenzialità

12. accettare la responsabilità delle conseguenze a breve e lungo termine per la nostra comunicazione e attendersi la stessa cosa dagli altri

Ognuno di noi è una persona, un piccolo mondo, miliardi di cellule costituite in un corpo, ma è anche una persona fatta anche di relazioni e cognizioni, che vive in un mondo di complessità. La persona, anche quando ammalata in una delle sue componenti (cognitive, affettive e somatiche) è un paziente, ma è primariamente una persona e la missione di ogni care giver è porre la persona al centro di tutto. Tutti coloro che fanno e danno qualcosa al paziente, non possono guardare solo a cosa fanno e danno, ma a come lo fanno e a come lo danno: solo dando dignità all’Altro possiamo ricevere dignità, quella dignità che ognuno di noi vorrebbe ricevere quando si trova “dall’altra parte”.