F. Pancani Presidente CAO Pisa

Con il passare degli anni il carico burocratico che grava sui nostri studi professionali è andato progressivamente aumentando. Come se questo non bastasse è contemporaneamente aumentata la confusione in mezzo a tante leggi, regolamenti attuativi,  interpretazioni, ecc., ecc..

Questo vale nel campo fiscale; la crisi in cui stiamo affogando farà uscire fuori sempre più le storture e le contraddizioni del castello di carta costruito  quasi contro il cittadino anziché per sua difesa e sicurezza. Questo vale anche per tutte le leggi ed i regolamenti che ci dovrebbero indicare come condurre in maniera corretta i nostri studi per tutelare la salute dei cittadini, dei nostri dipendenti, e di noi stessi. Ultimamente, di fronte alla suddetta percezione già così presente in tutti i settori, si è accentuata l’importanza delle sentenze della magistratura nel condizionare il nostro modo di vivere la professione. Porto qui una serie di esempi a titolo esplicativo delle mie constatazioni e considerazioni. I primi due casi dal mio punto di vista hanno un valore positivo e recano chiarezza nel nostro operato, i successivi determinano al contrario un forte senso di insicurezza. I sotto elencati esempi naturalmente, chi vorrà, potrà approfondirli altrove.

1. La Corte di Cassazione – Terza Sezione Civile – il 09.03.2012 con sentenza n. 3717 ha sottolineato che l’intera materia della pubblicità sanitaria resta assoggettata alle disposizioni introdotte dalla legge Bersani, senza operare alcuna distinzione tra le società di persone e le società di capitali.

2. Il Direttore Sanitario è responsabile della pubblicità. Il Collega era stato sanzionato dal proprio Ordine perché la sua struttura aveva effettuato pubblicità sanitaria scorretta. Egli ha fatto ricorso al CCEPS sostenendo che la proprietà della struttura aveva agito “a sua insaputa”. La Commissione Centrale gli ha dato torto ed ha confermato la Sanzione dell’Ordine, perché su di lui ricade la responsabilità deontologica del contenuto delle informazioni trasmesse dalla struttura. Anche la Corte di Cassazione successivamente ha confermato questa tesi.

3. La Corte di Cassazione con sentenza n. 19544, a proposito del ricorso di un odontoiatra condannato dal Tribunale di Siracusa e dalla Corte di Appello di Catania per aver consentito alla sua assistente, dipendente, di effettuare un intervento di igiene orale senza averne titolo, emetteva un lungo e circostanziato verdetto con disquisizioni giuridiche che vi evito, sostenendo la non punibilità del professionista.

Mi piace riportare commenti non miei, ma da me condivisi, su questo caso “…c’è chi si è trovato proprietario di una casa a sua insaputa, …può anche capitare che un’assistente decida in autonomia di effettuare una seduta di igiene orale ad un paziente dello studio senza dirlo al suo datore di lavoro…i soldi della parcella di quella prestazione sono finiti nelle tasche del dentista a sua insaputa?”.

4. La pensano in maniera ben diversa i giudici che con la sentenza della Sezione VI Penale della Corte di Cassazione n. 42174 del 23.10.2012 sembra che abbiano chiarito in modo definitivo (?!) la corresponsabilità del reato di esercizio abusivo della professione del direttore sanitario, che consenta o agevoli lo svolgimento di una attività professionale per la quale sia richiesta una speciale abilitazione dallo Stato.

5. La mediazione non è più obbligatoria, ma è ancora utilizzabile. L’intervento della mediazione doveva accorciare i tempi della giustizia civile, rendendo più rapido il contenzioso medico/paziente. Era stato istituito per questo l’obbligo di tentare la via conciliativa prima di intraprendere una causa civile. La Corte Costituzionale (25.10.2012) ha giudicato l’istituto della mediazione illegittimo nella parte in cui ne era previsto proprio il carattere obbligatorio. Il venir meno dell’obbligo a questo punto renderà sicuramente meno appetibile questo strumento, anche se sarà  percorribile in alternativa alla giustizia ordinaria.

6. La Corte di Cassazione, Sezione Penale, con sentenza n. 35922 del settembre 2012 ha stabilito che “…la posizione di garanzia che il medico assume nei confronti del paziente gli impone l’obbligo di non rispettare le linee guida laddove esse siano in contrasto con le esigenze di cura del paziente. In definitiva non vi potrà essere esenzione da responsabilità per il fatto che siano state seguite linee guida ove il medico non abbia compiuto colposamente la scelta che in concreto si rendeva necessaria…”.

7. Già nello scorso anno con la sentenza n. 8254 del 02.03.2011 la Cassazione penale aveva sancito la responsabilità del medico che pur si era uniformato nel suo agire a quanto stabilivano le linee guida nel campo del suo intervento. Ovviamente la predetta pronuncia ha avuto una certa eco anche sui mass media non specializzati, stante l’interesse che ormai la cronaca giudiziaria in tema di responsabilità medica suscita nell’opinione pubblica. Va detto che quanto stabilito dalla Suprema Corte Sezione Penale avrà verosimilmente rilevanza anche nel campo civile, potendosi ben immaginare la recezione del ragionamento esplicitato da questi giudici  anche allorquando si dovrà decidere sulla responsabilità civile del medico e sull’eventuale risarcimento da concedere al paziente asseritamene leso dal comportamento del sanitario.

8. Di pensiero alquanto diverso nel nostro Parlamento la Commissione Affari Sociali della Camera ha approvato due emendamenti che stabiliscono che “l’esercente la professione sanitaria, che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica nazionale ed internazionale, risponde dei danni derivanti da tali attività solo nei casi di dolo e colpa grave”.

A questo proposito mi sembra che abbiamo già una lunga serie di esempi recenti – ma potrebbero essere più numerosi – la quale ci lascia costernati, facendoci sentire una barchetta in mezzo alla tempesta. Aveva un bel dire il famoso mugnaio di Potsdam nel ‘700, opponendosi al sopruso di un nobile: “Ci sarà pure un giudice a Berlino”. In verità a  Berlino dal re Federico II di Prussia detto il Grande (1712-1786) il bravuomo ebbe giustizia.

Federico II re di Prussia

Questa citazione brechtiana viene sempre riportata ad esempio per avere fiducia nella indipendenza della magistratura. Ma a  distanza di quasi tre secoli non mi sentirei di condividere tanto illuministico ottimismo nella terra un tempo considerata la Patria del Diritto, anche se più subdoli sono i meccanismi che condizionano le sentenze al giorno di oggi.