M. Turri – M. Muti Farmacologia Medica Dip. Neuroscienze – Università di Pisa

Il desiderio di dimenticare per alleggerire la mente, allo scopo di rigenerarsi dagli orrori e dalle delusioni della vita ha, da tempo immemorato, un nome: oblio.

La ricerca di una dimensione dove sia possibile sospendere il fardello delle proprie esperienze dolorose e possibilmente non ritrovarlo più all’uscita da questo stato di abbandono indotto chimicamente è sempre stata un’esigenza ricordata sia da personaggi storici che da grandi scrittori. In questo senso l’oblio assume un significato completamente diverso dall’amnesia, condizione nella quale i ricordi possono essere recuperati secondo varie modalità, senza che la persona sperimenti alcuna esperienza di distacco dalla realtà e di abbandono.

Nel corso dei secoli diverse sostanze sono divenute di comune impiego in quanto in grado di provocare questa “sospensione della coscienza” e, di conseguenza, in grado di attenuare il male di vivere. Oppio e suoi derivati morfinici, gas anestetici in uso nel XIX secolo come etere, vapori di cloroformio, protossido d’azoto; hashish e farmaci psicoattivi di tipo sedativo in epoca moderna, hanno tutti in comune la proprietà di ridurre il carico di responsabilità e mitigare la consapevolezza della propria condizione (di disagio), temporaneamente o, in alcuni casi, in modo definitivo.

La storia più recente, in particolar modo ci riferiamo a tutto l’ottocento e ai primi decenni del novecento, è dominata dall’utilizzo per lo scopo menzionato, dell’oppio e dei suoi derivati in forma grezza. L’Inghilterra dei grandi romanzi storici e di avventura, degli scandali di Oscar Wilde e della penna fortunata di sir Artur Conan Doyle (in realtà scozzese), sembra essere stata la Patria della cultura dell’oppio, tantochè si parla di “periodo nero” dell’epoca Vittoriana.

L’oppio ha una storia che si perde nella notte dei tempi, ma è pervenuto in Europa solo dopo la colonizzazione britannica delle Indie.

La coltivazione del Papaverum Somniferum, il fiore dal quale si estraggono morfina ed altri alcaloidi (nel complesso chiamati indistintamente Oppiacei), risale al Neolitico e già all’epoca veniva utilizzato a scopo medico, come anestetico e antidolorifico, e a scopo “ricreativo”, si pensa per compiere rituali magici. Utilizzato in seguito da Sumeri, Assiri, Egiziani, Greci e Romani oltre che nel mondo musulmano, divenne un farmaco base per provocare analgesia e sedazione.

La tintura di oppio, l’estratto per utilizzo a scopo medico, era ottenuto per macerazione con alcool a varie gradazioni, anche in combinazione con altre spezie come chiodi di garofano e zafferano; in questo caso veniva chiamato Laudano. Gli utilizzi più comuni, oltre alla terapia analgesica e anestetica, includevano la cura dell’insonnia e della diarrea ribelle. Per tutto il XVIII secolo fu considerato una vera e propria panacea per ogni disturbo nervoso: un sonno indotto dalla tintura di Laudano era consigliato dalla maggior parte dei medici per dimenticare giornate sgradevoli e faticose o tristi eventi. Questo consiglio valeva, ovviamente, per le classi sociali più abbienti che già cominciavano a vedere nel medico “generico”, oggi diremmo di base, una sorta di psichiatra-confidente.

L’uso comune degli oppiacei è descritto nelle narrazioni di personaggi di fantasia usciti dalla penna di scrittori esponenti del romanticismo inglese (Sherloch Holmes di A.C. Doyle e molti altri).

Le fumerie d’oppio a Londra, a proposito delle quali Wilde disse “sono posti in cui si può comprare l’(adorato) oblio a buon mercato”, hanno poco a che vedere con i salotti voluttuosamente eleganti e lascivi che popolano certa letteratura, ma, come ci informa la Pall Mall Gazette del 1886: “sono luoghi umidi e fatiscenti… dal soffitto così basso da non poter stare in piedi… per terra, sdraiati su sordidi materassi sparsi alla rinfusa, ci sono cinesi e pochi altri inglesi contagiati dal gusto per l’oppio”.

Il resoconto è stato redatto da un giornalista che fu inviato ad infiltrarsi in una fumeria e a provare ad aspirare dalle lunghe pipe che venivano passate di mano in mano e di bocca in bocca gli effetti del “piacere orientale”, per poi raccontarle dettagliatamente ai suoi lettori.

Un famoso personaggio del passato che conosceva oltremodo approfonditamente le proprietà dell’oppio e dei suoi derivati è rappresentato da Caterina Sforza.

Questa  donna a dir poco unica nella storia italiana, coltivò fin da giovane lo studio della medicina, dell’erboristeria e dell’alchimia, oltre a quello della cosmetica. La sua eredità di ricche scoperte anche in campo medico ci è pervenuta attraverso un libro: Experimenti della excellentissima signora Caterina da Forlì, composto da quattrocentosettantuno ricette, minuziose descrizioni dei procedimenti per combattere le malattie e per conservare la bellezza del viso e del corpo. La grande competenza in questo settore, considerati i tempi, era in gran parte merito dei numerosi “experimenti” chimici a cui Caterina si appassionò e che praticò per tutta la vita.
Ricette ricche di dettagli, talora criptiche ed intrise di contaminazioni da parte della medicina orientale, il ricettario rivela, oltre che usi e costumi del tempo, anche lo stato delle conoscenze scientifiche del secolo: in alcuni procedimenti sono intuite delle scoperte importanti, tra le quali preparazioni per indurre nel paziente un sonno profondo. Del resto già tre secoli prima che venissero scoperte le proprietà anestetiche del cloroformio, Caterina Sforza aveva messo a punto misture di composti sedativi che come ingrediente principale aveva tintura d’oppio o laudano, e di cui si servivano per le anestesie i medici dell’epoca. Caterina si dedicò ai suoi “experimenti” con costanza per tutta la vita. Molte delle sue preparazioni prevedevano l’utilizzo di tinture madri d’oppio o di suoi estratti lattiginosi.

Oggi le varie preparazioni a base di oppio come la tintura (il laudano è già scomparso ormai da più di un secolo) sono state soppiantate da molecole che mantengono il nucleo morfinico originario, ma che per il resto sono sintetiche, allo scopo di aumentarne l’efficacia come analgesici (il loro impiego principale  è per lo più limitato al trattamento di dolori intensi e cronici, come quelli di natura oncologica e in questi pazienti si può osservare il classico effetto di “allentamento della memoria e dello stato di apprensione” sul dolore già passato e sull’inevitabile peggioramento del quadro clinico fino all’exitus). In questo senso lo scopo per cui originariamente era stato utilizzato nell’antichità mantiene tutta la sua validità.

Nell’esposizione della lista dei farmaci in grado di indurre amnesie e allentare i ricordi hanno un posto di “tutto rispetto” gli ansiolitici benzodiazepinici, oggi divenuti veri farmaci di utilizzo di massa, non solo negli anziani, ma anche nelle fasce di popolazione più giovani.

Un’altra categoria di sostanze in grado di dare amnesia sia anterograda che retrograda è rappresentata dai derivati dell’hashish. Non è chiaro se quella retrograda sia effettiva, o sia piuttosto uno stato confusionale e di disorientamento indotto da un uso frequente/cronico. Questo effetto è sovrapponibile per intensità all’oblio indotto da oppio (specialmente se fumato) per questo, di fatto, l’hashish è diventato l’oppio dell’epoca contemporanea.

Ma il primato di diffusione di consumo di sostanze psicoattive nel mondo spetta ancora all’alcool, che sopravvive  sia nell’uso che nell’abuso da almeno cinque millenni. E’ ormai assimilabile ad un detto popolare la frase “bevo per dimenticare”. Come la cannabis, l’abuso cronico di alcool porta il soggetto dipendente a vivere in uno stato confusionale continuo, dove la concezione del tempo e di qualunque tipo di ritmo circadiano scompare per lasciare spazio ad una forma di vissuto onirico. Questo, col passare degli anni, diventa inevitabilmente un delirio con le più svariate tematiche di richiamo e si aggrava con l’astinenza (Delirium tremens).

Altrettanto noti, specialmente negli anni ‘60  e ‘70 i barbiturici, utilizzati allo scopo medico di indurre il sonno (o l’anestesia in caso di interventi chirurgici) e noti alla cronaca nera per le morti da overdose, generalmente di personaggi famosi. E’ il caso di Marilyn Monroe per la quale anche la biografia ufficiale parla di ingestione volontaria di barbiturici a scopo suicidario. I barbiturici, se usati continuativamente, producono un “allentamento” della memoria con perdita sia di eventi in toto (amnesia) sia di alcuni dettagli relativi ad azioni commesse o fatti accaduti ai quali si è stati presenti. Ecco che, in quest’effetto, sono da considerarsi Farmaci dell’Oblio di tutto rispetto. Per l’alta incidenza di episodi di avvelenamento accidentale o volontario, tutti i barbiturici, eccetto il fenobarbital, sono stati ritirati dal commercio in Europa e negli USA. Il fenobarbital rimane un farmaco di riferimento per il trattamento delle epilessie, accanto a più moderne molecole, specialmente nelle epilessie post-operatorie (craniotomie), ma anche nelle forme idiopatiche dell’adulto e del bambino. Se usato con criteri medici ben definiti dal protocollo, i rischi di avvelenamento ed amnesia sono estremamente ridotti.

L’altro barbiturico, molto più potente perché provoca il sonno così detto incoercibile, è il tiopental.

Quest’ultimo viene utilizzato esclusivamente in ambito ospedaliero, e costituisce un farmaco di molti schemi di induzione di anestesia generale; iniettato endovena produce un sonno rapido (pochi secondi) e anche in questo caso, può indurre un certo grado di amnesia retrograda, che nella fase di preparazione ad interventi chirurgici, ricca di stress per il paziente, è del tutto desiderabile. Una volta indotto il sonno l’effetto scompare in pochi minuti, per cui l’anestesia viene proseguita con agenti inalanti o tramite varie combinazioni di farmaci, sia gassosi che endovena.

Parlando del mondo contemporaneo sicuramente le benzodiazepine rappresentano la categoria di farmaci psicoattivi più utilizzati e, senza dubbio, abusati. Sono molecole (più di una decina) caratterizzate da efficace attività ansiolitica e a secondo della dose o della specifica indicazione dei singoli principi attivi, anche ipnoinducente. Hanno tutte quante in comune il rischio di tolleranza, dipendenza sia psicologica che fisica (con veri e propri sintomi da sospensione talora tali da richiedere l’ospedalizzazione) e la facilità di induzione di amnesia anterograda anche tale da generare veri e propri black-out. Durante questi episodi non solo non si ricorda quello che si fa, ma si può perdere la capacità di giudizio e il controllo delle proprie azioni.

Un caso drammatico passato alla cronaca nera con grande scalpore è stato l’omicidio del proprio figlio da parte della contessa Bresciani-Torri, che peraltro è stata valutata psichiatricamente affetta da temporanea incapacità mentale. L’episodio è stato provocato dall’assunzione di alte dosi di un ipnotico, probabilmente insieme ad alcool.

Le benzodiazepine (Valium, Tavor, Roipnol, Xanax, Transene, Halcion, Mogadon e molte altre) spesso sono assunte insieme ad alcolici dalle persone che ricercano proprio l’effetto “obliante”, con grave rischio per la propria vita. Infatti, sebbene l’overdose da benzodiazepine da sole raramente è fatale, l’assunzione con alcolici spesso determina la morte del paziente.

La necessità di ricorrere a questi presidi medici (con indicazioni terapeutiche ben precise e per periodi di tempo limitati) di fatto in maniera continuativa  nella vita di tutti i giorni, anche da parte di adolescenti e giovani adulti, è la spia di un disagio sociale non più unicamente riconducibile alla frenesia intrinseca al mondo contemporaneo. È, a tutti gli effetti, la richiesta da parte di un “pubblico” sempre più ampio di lasciare per la strada qualche pezzetto della propria memoria, sia essa un ricordo di vecchia data o un evento recente.