C. Castellani Specialista Ostetricia e Ginecologia – Pontedera

Il biomonitoraggio, come metodo di misura dell’esposizione umana ad inquinanti chimici, risulta particolarmente adatto a caratterizzare la popolazione sia generale che quella che vive in siti industrializzati sottoposta a contaminazioni a basso livello ma continuative.

Il biomonitoraggio, non fornisce una stima di esposizione esterna, come quella che si ricava col monitoraggio ambientale, ma misura una “dose interna”, risultante dalle diverse vie e fonti espositive (valutazione integrata per livello, frequenza e durata di esposizione) ed è quindi il miglior approccio per valutazioni da utilizzare ai fini di un adeguato “risk assessment”.

L’applicazione maggiore si ha per il settore degli inquinanti persistenti tra cui POPs, pesticidi, prodotti industriali come policlorobifenili (PBC) e sottoprodotti di combustione come le diossine (PCDD e PCDF). Queste sostanze per caratteristiche proprie (persistenza, biomagnificazione, lipofilia) si accumulano in alimenti quali carne, pesce, uova e latte e raggiungono la massima concentrazione nell’uomo che è all’apice della catena alimentare, soprattutto nel tessuto adiposo ed in particolare nel sesso femminile che ne ha una percentuale maggiore. Tali sostanze successivamente, unitamente ad altri inquinanti, sono trasferite dalla madre al feto sia durante la gestazione, sia durante l’allattamento. Mentre gli agenti meno liposolubili come i metalli pesanti si distribuiscono omogeneamente nei vari fluidi – sangue materno, cordonale, placentare, latte – le molecole lipofile (diossine, PCB…) si misurano più agevolmente nella componente grassa del latte.

Per tale motivo il latte umano è una matrice unica per il monitoraggio biologico in considerazione anche della bassa invasività del metodo di raccolta. L’OMS stessa, che raccomanda il biomonitoraggio del latte materno, ha già coordinato quattro studi internazionali sull’argomento.  Studi  a cui, purtroppo,  il nostro paese non ha partecipato e di conseguenza scarse o pressoché nulle sono le conoscenze disponibili in Italia al riguardo. Il poco che sappiamo deriva da ricerche sporadiche condotte spesso in modo spontaneo;  analisi che peraltro mostrano livelli considerevoli di inquinanti nel latte materno in aree circostanti impianti industriali come acciaierie, cementifici e inceneritori (ad es. Taranto, Brescia, Montale, Ravenna).

Da una ricerca recente dell’OMS, grazie a misure messe in atto dopo l’entrata in vigore nel 2004 della Convenzione di Stoccolma, risulta che in molti paesi Europei i livelli di contaminazione per le diossine sono fortunatamente diminuiti. Cosicché ad oggi nel latte materno si riscontrano mediamente 5 pg TEQ di PCDD/F-PCB per g di grasso (in Belgio nell’88 i riscontri erano di 40 pg/g).

 

Già con i suddetti valori si può stimare che un neonato di 5 kg che assuma un litro/die di latte materno introduce giornalmente 200 pg invece della quota massima di 10 pg TEQ indicata dall’UE come massima per gli adulti. Dagli studi più recenti condotti in Italia (Sebiorec e Ulaszeweska) risultano valori variabili fra 8.65 e 14.2 pg/g e da studi pregressi i risultati si aggirano sui 20 pg/g ed un caso di Brescia addirittura 147 pg/g. (Tabella 1).

 

Va ricordato che l’esposizione ad agenti tossici durante la vita fetale, di cui la presenza nel latte materno è indicatore indiretto, è in assoluto la più pericolosa, stante la complessità e rapidità con cui avviene lo sviluppo di organi e tessuti in questa fase. Ed è proprio l’esposizione in utero o addirittura attraverso le cellule germinali che può condizionare lo stato di salute non solo nell’infanzia ma anche nella vita adulta, con possibilità di trasmissione transgenerazionale dei danni. Come evidenziato in letteratura, a parità di esposizione in utero, hanno miglior esito i bambini allattati al seno rispetto a quelli nutriti con latte artificiale.

Il punto quindi è prevenire la contaminazione in utero prima ancora di quella associata all’allattamento al seno, riducendo l’introduzione di POPs nell’ambiente e limitandone la presenza nella catena alimentare.

Per  tale motivo è stata presentata, col patrocinio della Commissione Europea, il 19 marzo del 2012 alla Camera dei Deputati, la CAMPAGNA IN DIFESA DEL LATTE MATERNO DAI CONTAMINANTI AMBIENTALI (www.difesalattematerno@wordpress.com)  le cui concrete proposte operative si identificano in:

– Biomonitoraggio a campione del latte materno e di altre matrici organiche secondo le indicazioni OMS

– Ratifica della Convenzione di Stoccolma, che vincola l’immissione dei Pops nell’ambiente da parte degli Stati firmatari (l’Italia è l’unico paese in Europa  ad averla sottoscritta ma ancora non ratificata).

– Messa al bando di pratiche inquinanti inutili fonti di diossine (incenerimento dei rifiuti) e sostituzione con pratiche più virtuose, controllo più stringente delle emissioni di impianti non immediatamente dismissibili (acciaierie e cementifici) e biomonitoraggio degli alimenti coltivati o allevati in prossimità di quest’ultimi.

– Istituzione di un marchio DIOXIN FREE che certifichi che la diossina rimanga negli alimenti sotto una soglia minimale.

La Campagna è stata stimolata anche da dati oggettivi, ad esempio: i bambini italiani presentano, secondo i dati OMS, la maggior incidenza di tumori (175 casi per milione di abitante fra 0-14 anni, 158 in USA, 141 in Germania e 138 in Francia) e il più elevato incremento annuo di rischio di cancro in Europa (Tabella 2).

 

I promotori della Campagna nell’intento di salvaguardare la salute e la vita delle generazioni future indicano la necessità inderogabile di attuare un piano unitario in cui l’ecologia, la sicurezza alimentare e la difesa del latte materno come bene comune di inestimabile valore richiedono un approccio integrato.